Monday, May 29, 2006

La Birra, il Sogno ed il Grande Incubo

Dodici giorni che non scrivo piu', dodici giorni che non mi fermo, neanche per un attimo, a pensare a quei soliti argomenti che un trentenne moderno dovrebbe considerare per lo meno una volta al giorno. Non chiedetemi quali siano, per adesso, non ci ho fatto caso. O forse, per adesso, non mi va di impegnarmi a definire bene una strategia per il futuro. Vi ricordo, prima di tutto, che quanto scrivo in questo blog è un bilico fra l'essere e il non-essere, fra l'essere stato ed io non rivelato.
Cio' che non è mai stato detto o scoperto, in fondo, non è mai stato portato a termine.
A parte questo solite ed inutili disquisizione di filosofia spicciola, fatemi per un attimo definire qualche concetto base che mi viene in mente, così, quasi per caso, in questa serata di una estate che tarda a venire.

La Birra, il Sogno ed il Grande Incubo.

Sono tre concetti strettamente legati ed interconnessi. Sopratutto per il folto gruppo di italiani che si trovano qua da in Irlanda, quassu' sul tappo dell'Europa.

La Birra

La Birra è quelal bevanda di colorazione varia e variabile che permette di raggiungere uno stato di coscienza onirico tale dove tutte le Verità vengono rivelate. E' da molto che non pratico, è da tanto che non ci faccio un giro, in quei pub centro di una Dublino sempre piu' alcolica e sempre meno capitale europea. Ma questo non ditelo ai Dubliners. Si potrebbero offendere, per un attimo, prima di tornare a fare Skoll (salute, in Gaelico, lo scrivo come si pronuncia).à
Dicevo, bevanda di colorazione varia e variabile. Scura, scurissima, rossa, bionda, bianca, danese, olandese, irlandese, italiana, malto, doppio malto. Tanti aggettivi e caratteristiche che la possono definire, un unico denominatore comune: deve essere fresca.
Una Birra fresca è la tipica bevanda dissetante per l'irlandese e l'immigrato medio (nuovo irlandese). Chiunque prima o poi si piega al rito della birra. Dopo 4 mesi di soggiorno in Irlanda mi sono ritrovato da solo, dopo il lavoro, in un pub irlandese con una pinta davanti ad ammirare il calcio inglese in un piccolo schermo di una televisione a disagio, abituata al rugby ed al calcio gaelico. Grazie a Dio mi sono accorto di dove era e mi sono risvegliato da quella situazione. Ero entrato nel circolo vizioso della birra after-work. Sono fuggito e non mi sono mai piu' ripresentato, da solo, davanti ad un birra. Porta male.

E porta la pancia.

Non parliamo di pancia, per favore. Il fritto è la base della alimentazione irlandese. Mi sembra che se potessero, friggerebbero qualunque cosa.

Dicevo della Birra. Bella cosa, ma dopo tanto tempo, l'italiano immigrato sente sempre di piu' il richiamo del vino. Quello si che scorre nelle nostre vene. Quello si che è genetico ed insito nella natura italiana. E quello è un altro discorso che magari, un giorno, affronterò.

Il Sogno

Il Sogno è a mio dire, quel periodo di tempo non ben identificato nè identificabile durante il quale l'italiano nuovo arrivato in Irlanda vede questa terra come una terra amica. La terra promessa, la terra che puo' dare finalmente liberta' a coloro che non hanno mai lavorato e non si sono mai staccati della sfera familiare (per la serie: il trentenne che resta a casa a farsi stirare le camicie) oppure per coloro che hanno lavorato pero' come detto, non hanno mai trovato la loro liberta'.
Ecco, l'Irlanda, puo' essere assimilata al quel sogno. Uno studio condotto da un immigrato di una provincia non ben identificata del centro Italia porta a identificare lo stato del Sogno con quello stato onirico di cui parlavo prima e che si raggiunge tramite la somministrazione forzata (leggi abituale e voluta) di birra nel periodo post-lavorativo o serale, con punte del weekend.
La terra promessa ti da un lavoro (in primis), un tetto (in secundis), una nuova vita (in tertiis, se si dice cosi). Sembrerebbe che tutto sia perfetto, sembrerebbe che tutto si stia sviluppando nel migliore dei modi. Vita privata, vita sociale, vita lavorativa. L'Irlanda ti abbraccia e ti tiene nel suo tepore finanziario (ci scalda con gli Euro e sonnecchiamo anche in questo modo). Tutto questo fa passare ogni cattiva voglia. Per cattiva voglia si intendono le solite: fuggire, scappare, cambiare lavoro, cambiare città, tornare in Italia, cambiare casa.
Ed è a questo punto di questa considerazione che entra in gioco il terzo aspetto della vicenda.

Il Grande Incubo

Il Grande Incubo è il sintomo principale di tutti coloro che si risvegliano dal Sogno. A questo punto mi viene forzatamente in mente una analogia con Matrix. Bravi, bene, vedo che se concordate avete colto la base del concetto. L'Irlanda è come Matrix. L'Irlanda è un altro mondo.
L'Irlanda, come indicato in precedenza, induce uno stato di sonnolenza che ha parecchi effetti collaterali. Peggio dei medicinali scaduti. Il Grande Incubo è come una scatola. Noi siamo lì dentro. Solo che non lo sappiamo. Ci muoviamo come topolini nel labirinto in cui ci hanno calato e cerchiamo la nostra via. Ci creiamo una nuova vita, ci facciamo intorpidire, come detto, dall'alcol e dal Dio denaro.

Ci risvegliamo, di colpo.

Riprendiamo fiato, in un mattina piovosa come le altre 364. Ci rendiamo conto di avere passato anni a guadagnare soldi puntualmente spesi, a fare esperienze che in italia non verranno ben viste (cosi si vocifera), a contare, alla fine di quel periodo, tutto quello che abbiamo messo da parte, comprato, visto, usato.

Ci risvegliamo dal Grande Incubo e ne usciamo. E uscirne vuol dire rendersene conto. Ovviamente, usciamo dalla scatola e scopriamo dove eravamo rinchiusi.

E forse, adesso, abbiamo piu' paura di prima. Ci rifugiamo nella pasta al sugo quella fatta bene, molliamo la birra e ci rivolgiamo al vino, guardiamo con sfiducia chi non è italian-speaking.

Prendiamo boccate di italianità, guardiamo la repubblica.it con uno strano sorriso amaro sulle labbra, il sorriso di quelli che non lo hanno mai voluto confessare ma in fondo erano quelli che-lo-sapevano-che-le-cose-andavano-male-ma-a-guardarle-dall'estero-vanno-peggio.

Ci risvegliamo e ricominciamo a vivere, a modo nostro. Chi dopo 1 mese, chi dopo 1 anno, chi dopo 5 anni.

Il guaio è che il Sogno era tutto a colori, il che vuol dire che prima o poi, tutto si avvererà.

Alla prossima.

Wednesday, May 17, 2006

17 Maggio. 23.41. (Dis)ordino ergo sum?

Ho deciso. Metto a posto la mia camera. Ecco, di certo a voi puo' sembrare una decisione banale, una di quelle che di solito si prende nel letto la domenica mattina quando si ha di fronte una giornata di nullafacenza. O magari, sempre la domenica mattina, siamo ancora presi dall'hangover e nonostante tutto cerchiamo di capire cosa dobbiamo fare di quelle 24 ore domecali in cui la appresione del lavoro che ritorna non fa altro che dominarci.
Metto a posto la mia camera e mi metto di fronte alle mie responsabilità, finalmente, come una persona adulta. Come già detto non fumo, non arrivo in ritardo ma a volte riesco a fare entrambe le cose, addirittura contemporaneamente. Senza dubbio fumare mettendo la camera in ordine in tempo non ci riuscirò mai a farlo.... devo quindi rinunciare a qualcosa, non posso fare mica tutto io, come sempre....

D'accordo, d'accordo, mi sono gia perso troppo in parole inutili. Cerchiamo di capirci. Ordine. Una parola dal molteplice significato, anche se all'ignaro lettore puà sembrare una parola come le altre, una parola con una sola accezione... ORDINE. Ordine non vuol dire pulizia, ordine non vuol dire precisione, anzi. Ordine è la espressione della propria struttura personale. Quadrata, sistemata, precisa, disorganizzata, saltuaria, scandente. Ma anche infallibile, militare, particolare, angosciante. Ci sono milioni di modi per essere ordinati. Partiamo da un concetto che mi è caro e che mai e poi mai rinneghero'. Forse solo un giorno, non lo insegnerò ai miei posteri.
Formula: "Non c'e' ordine dove c'e' ordine ma c'e' ordine dove si trovano le cose"
Provate ad andare in camera vostra, ai vostri occhi disordinata, ed applicate questo nuovo principio alla vostra massa informe di vestiti, oggetti, scatole, soprammobili, carte. Guardate tutto con occhi nuovi. Cercate la vostra maglietta preferita, si quella che avete messo domenica scorsa e che ancora non avete lavato. Dovrebbe essere proprio sotto quel mucchio di vestiti, quelli poggiati sul pavimento ma appena usciti dalla lavatrice. Come ben sapete, appena avrete tempo li stenderete, nel frattempo saranno asciutti. Ecco, dopo attenta ricerca la maglia si staglia, contenta, nelle vostre mani.

Come potete dire che la vostra camera sia in disordine? Se perdete qualcosa, vergogna, sarete tacciati di disordine. Sapete che tutto è Li dentro. Niente si crea, niente si distrugge, tutto si nasconde, diceva un vecchio detto che ha valenza universale. Una volta in collegio ho trovato il caricatore del mio telefono sotto il letto, dopo ore che lo cercavo. Non ero agitato. Sapevo che là, da qualche parte. Il mio coinquilino, a conoscenza delle mie teorie, oramai non ci faceva piu' caso.


Io non perdo mai niente. Sono gli altri che spostano le mie cose.
Beh anche questo è inconfutabile. Quante volte una persona viene a casa vostra e sposta un qualunque oggetto? A volte ci mettete giorni a ritrovarlo. Lasciate stare la mia roba, nel suo Ordine.

Ovunque sia, c'e' un perchè e un percome.

Eh già, dicerto vi sarete già chiesti perche' mi definisca ordinato a modo mio.

Definirsi vuol dire scappare da una definizione in cui altri ti vogliono rinchiudere. Come disse una volta un mio amico, il caro A.C., posso dirvi quello che non sono, dite voi, se volete, quello che sono.

Non sono disordinato, ve lo assicuro.

Forse tutto, deriva da quella instabilità cronica di noi irlandiani, cosi da qualcuno definiti. Stabilità che consiste dall'essere pronti per muoverci, per seguire un altro lavoro, un altro modo di vivere, un'opportunità.

Io, per esempio, animo estremamente instabile, ho cambiato casa 30 (trenta) volte da quel famoso agosto 1995 in cui mi sono trasferito per la prima volta a Torino. Faceva un caldo asfissiante e con mio fratello facemmo tutta via Roma a piedi con le valige. Non c'erano i telefonini, la juve rubava (come sempre), a Torino non c'erano stranieri ed io avevo i capelli lunghi.

Decisamente, erano altri tempi.

30 volte....Ne ho cambiate di stanze... e di coinquilini. Ma quelle sono altre storie.

Di certo, rimane quel mio interno equilibrio del be-ready-to-pack. Stai pronto per andare. Non mi ricordo umanamente di avere mai appeso una foto alla parete. Forse solo qualche poster regalatomi per uno dei miei (tanti) compleanni.

Vabbe, anche questa volta mi sono dilungato.

Ora chiudo, ma, di fondo, vi ricordo la mia preghiera, non spingetemi ad essere ordinato, sarebbe la volta buona che prendo e ricomincio tutto, da un'altra parte, in un altra stanza.

Tuesday, May 09, 2006

L'insostenibile leggerezza dell' essere (in ritardo)

Mi risveglio. Si era solo un sogno, un sogno chiamato Portogallo. come dice tanta gente di questi tempi, un altro mondo e' possibile. Mi sono alzato stamattina, come solitamente in questa mia vita irlandiana, alle 6.15 circa. Semidoccia, semicolazione, semicorsa e bus preso sempre e solamente all'ultimo secondo, perche' si sa, troppa puntualita' mi fa male allo spirito.

Eh gia' la puntualita' non fa che arrotondare gli angoli delle personalita'. Una nuova teoria. Mi alzo in tempo faccio tuttto in tempo, doccia colazione mi vesto sigaretta (come detto, non fumo, vedi scorso Post). Esco di casa immancabilmente in quel lungo corridoio che compone il mio piano. Sembra quasi shining. Avete presente? Manca solo il bambino con il triciclo. Manca solo che me lo trovo fra i piedi una di quelle mattina in cui corro e batto il record dei 100 metri su corridoio moquettato. Gia', lo trovo e lo travolgo. E per punirlo, gli offro una sigaretta, eh si, anche a lui, cosi non gli faccio male ora, ma gli faccio male piu' avanti, quando avra' preso il vizio e ne potro' essere fiero.

Insomma, no, niente puntualita'. Questo almeno e' lo stile che tento di avere. Precisiamo una cosa. Io ad essere preciso (anzi: puntuale, giusto per la precisione) ci tento e ci riesco anche abbastanza spesso. Quello che mi viene a noi, come detto, e' il circolo della precisione.

Errare e' umano ma ti fa sentire da dio. Quello strano effetto di trovare un errore e correggerlo, quello strano effetto dell'adrenalina che ti percorre la colonna vertire quando fai qualcosa all'ultimo secondo e poi lo racconti agli amici, fra un birra ed un caffe', un sigaretta ed un sigaro.

Come quella volta che ho preso l'aereo per raggiungere i miei amici a Stoccolma, quando avevo perso il treno che avrebbe dovuto portarci tutti insimee laggiu' al Nord. Eh gia', bella storia, un giorno forse ve la racconto.

Non toglietemi il mio ritardo. E' un ritardo fisiologico. Anche quando arrivo puntuale e preciso, avrei voluto essere arrivato in ritardo. Arrivare in ritardo ti da un senso di puntualita'. Se arrivi prima, non se in orario. Se in ANTICIPO. che brutta parola. In realta' siamo in orario solo per un secondo. non ce la faremmo mai ad arrivare esattamente all'ora stabilita. Alle 19? Che tu sia la' alle 18.50 o alle 19.10 sei sempre all'ora sbagliata e le leggi di Murphy in materia lo confermano.

Un giorno, forse scrivero' un bel monologo sull'ordine e il disordine, quintessenza dell'Universo (chi sono io per cambiare le leggi universali?).

Arrivo in anticipo, dicevo, e per ammazzare il tempo mi fumo una sigaretta. Come vedete arrivare in anticipo fa anche male. Arrivare in ritardo fa bene alla salute. Come correre per prendere il bus, tiene viva la circolazione, mantiene vivo il cervello che deve essere usato sempre al 100% per trovare la via migliore per tagliare la strada alla vecchietat bastarda che ti si pone davanti. Eh no, non mi toccare il mio ritardo. Te lo chiedo per favore. Resta solo nella tua precisione. Non ti odio per quello. Sii preciso, fatti tuoi.

Pero' solo una cosa. Non cercate di essere puntuali voi, non sapete quanto mi fa stare male vedervi li', appoggiati alla parete, aspettandomi. Cosa volete che vi dico? Sono in ritardo? Sono nato in ritardo, nessuno e' stato in gestazione per 270 giorni esatti. Qualcuno e' nato anche in anticipo e state sicuri che anche in quel caso avrebbe voluto stare al caldo ancora per un po'.

Forse, aspettandomi, starete fumando una sigaretta anche voi. Vedete? Arrivare in tempo fa male. Fate come me, fatevi aspettare.

Non e' che io stia predicando nel deserto. L'essere puntuali e' una scelta di vita. E qualcuno ha fatto questa scelta, io no, io ho girato dall'altra parte.

Solo un puntualizzazione (per essere preciso). In questo blog racconto solo il mio pensiero. Non racconto come sono o come mi mostro, mostro il mio Pensiero. Il che e' diverso.

Poi, quello che scrivo, magari lo faccio. Per adesso, ci sto pensando.

Vi lascio nel dubbio. Alla prox.

Wednesday, May 03, 2006

3 Maggio, è notte.

Fatto. Ho ricominciato da zero proprio come avevo detto. Sto chiudendo gli occhi e per un attimo immagino di lasciarmi andare, per una volta. Lasciarmi andare non vuole dire perdere di vista me stesso. Vuol dire, letteralmente, lasciarmi andare. Non leggetelo come un doppio senso, non fate dietrologia, non andate a pensare qualcosa che neanche lontanamente mi è passata per la mente. Cazzo. Sono le 1.21 del 3 maggio. Anzi 4, ora che ci penso. Almeno in questo momento, quindi, mi lascio andare. Poggio la schiena al divano, laptop rigorosamente sulle ginocchia. Le dita partono da sole. Probabilmente ho anche gli occhi chiusi, non lo so. Mi rilasso, respiro, sento che il mio petto si gonfia ritmicamente seguendo il mio respiro, niente di nuovo fino a questo momento.

Osservo il pacchetto di sigarette sul tavolo. Non fumo. O quantomento non fumo ufficialmente. In questo piccolo spazio di web posso scrivere un po tutto quello che mi passa per la mente, tanto non so chi lo andra' a leggere. E se qualcuno vi capiterà, per caso, benvenuto.

Fisso ancora quel pacchetto. Nuoce gravemente alla salute. E vabbe', per oggi seguiro' i consigli del ministro (uscente). E gia' perche ha vinto la sinistra... ma questo è un altro argomento.

Prendo in mano il pacchetto di sigarette. Ci giocherello, leggero, ammaliante. Lo fisso e lo peso. Ne sento l'odore intenso. Sigarette, arrotolate con cura ad riempite di tabacco che andra' a riempire i polmoni dell'incauto di turno. Ne sfilo una. La peso, anzi, impossibile. Troppo leggera. La non-peso, in quanto una sigaretta non pesa. Scusate gli artifizi, scusate la logica un po' forzata.

Sono le 1.26, sempre di quel 3 maggio che farei meglio a chiamare 4 maggio. Domani è il 5. 5 maggio. Un giorno importante, Napoleone, l'Inter, il compleanno di vecchi amici.

Prendo la sigaretta fra le labbra. Faccio finta di fumarla. Niente. Solo aria che mi entra nei polmoni. Non danneggia gravemente la salute. Ministro, t'ho ascoltato.

Fisso l'accendino. Lo prendo in mano. Tanto nessuno è intorno a me e di avere fumato non lo confessero' mai a nessuno. Gioco con la misteriosa pietra focaia all'interno dell'accendino, quella che se si bagna oddio non c'e' piu neanche un fiammifero in tutta la casa e di pietre per fare le scintille non ne posso trovare in salotto. L'accendino funziona ancora. La fiamma è calda, lo sento.

Chissa' che succede se la avvicino alla sigaretta.

Di sicuro si accende.

Fatto.

Cazzo l'ho accesa. E mo'? Mica la posso spegnere. Pensa a quei poveri bambini in africa. Non hanno neanche una sigaretta. E no, Bob, questo no, è umorismo nero e di sera non si fa e non si dice.

Tiro un paio di boccate, mi ripasso la mano sulla barba incolta. Poggio il laptop sul tavolo.

Rifletto per un attimo. Sto fumando. Cosa direi al Ministro se mi vedesse?

"Ministro, ne vuole una?"

(Perdonatemi, sono le 1.33 del 4 maggio, domani anzi, fra 2 ore e 17 parto per il Portogallo)

Buona valigia a tutti.



Monday, May 01, 2006